Finisce nel peggior dei modi il sindacato di Francesco Iandoli. Mandato a casa anzitempo, dopo quattro anni di continua instabilità amministrativa, l’ultimo sindaco di questo paese  di sicuro non sarà rimpianto da nessuno, né da chi lo ha fin dall’inizio avversato né da chi si è trovato a condividere con lui un pezzo di strada .

Nell’arco di tempo in cui ha avuto l’onore di ricoprire la più alta carica pubblica locale ha mostrato i lati più deleteri della vecchia politica: l’indecisione eretta a sistema; l’estrema disinvoltura nel muoversi in manovre e manovrine di palazzo, in sprezzo a qualsiasi forma di responsabilità verso la popolazione; l’incapacità di un pensiero lungo e positivo; l’insopportabile e artefatta ricerca di un consenso basato sulle più banali leve del populismo; la mancanza di autorevolezza ammantata da un vittimismo di facciata come strumento per captare un po’ di benevolenza.

Ha potuto beneficiare di una crisi politica e amministrativa che veniva da lontano, ma piuttosto che porvi rimedio ha trasformato la discesa in una rovinosa slavina. Non resta nulla di meritevole per cui un sindaco può essere ricordato, ma le conseguenze del suo operato sono inversamente proporzionali alla inconsistenza con cui indegnamente ha rappresentato questa nostra comunità. Ha acuito le distanze tra i cittadini ed il comune fino al punto di generare un totale disinteresse per la cosa pubblica.

La comunità si è letteralmente “scollata”   in mancanza di forti punti di riferimento, attraversata soltanto da micro e macro contrapposizioni generate dalla sua ondivaga collocazione nello scacchiere delle fazioni locali e  alimentate da un perverso tentativo di flirtare, rincorrere gli istinti meno nobili che albergano nella vita civile di una piccola comunità.  Una comunità dispersa, astiosa, in preda a spiriti di rivalsa, vittima di atti di vandalismo, di menefreghismo sociale, di disinteresse per i beni comuni. Istituzioni private di qualsiasi contenuto valoriale: museo e centri sociali sbarrati; scuola mortificata da operazioni tutt’altro che culturali; comune ridotto ad un kafkiano luogo dei passi perduti. Tutti terreni nevralgici, crocevia fondamentali per la vita civile,  lasciati in balia di bassi istinti personali, confidando che il maquillage materiale di opere pubbliche preparate da altri potesse nascondere la totale assenza di un più ambizioso sviluppo delle relazioni umane e sociali. Una opera pubblica non fa primavera se non scaturisce da un progetto complessivo che abbina il decoro urbano alla capacità di metterlo a servizio di una comunità più consapevole, costantemente coinvolta nella costruzione e nelle responsabilità  del proprio futuro.

Iandoli, a differenza di chi l’ha preceduto, non lascia né eredità progettuali né un patrimonio positivo sociale e culturale.  Ecco perché, il commissariamento prefettezio e il fatto che esso durerà per un tempo non breve non ha suscitato alcuna reazione negativa, tanto irrisoluta e negativa è stata l’esperienza che l’ha determinato.

Ma questo tempo non può passare invano, non può ridursi ad un salomonico “fa tu”! Questo tempo deve essere utilizzato innanzitutto per svelenirsi delle tossine disseminate da Iandoli & C.  Ma non basta e, francamente, sarebbe troppo comodo, perpetuando la profonda separazione subentrata nel rapporto tra istituzioni e cittadini.  Il primo impegno è recuperare un senso di appartenenza, esercitare una cittadinanza attiva, proponendosi , ciascuno per la sua parte, di sostenere, sollecitare, suggerire, le azioni che dovrà intraprendere il commissario prefettizio. In questo sforzo cogente, va costruito il più impegnativo passaggio programmatico verso il prossimo appuntamento elettorale amministrativo. Mai come adesso occorre volgere le nostre intelligenze per produrre idee per San Potito, su come riorganizzare la macchina amministrativa, scongiurare l’impoverimento della popolazione scolastica, migliorare i servizi strategici come la raccolta differenziata, rilanciare la vita culturale e predisporsi ad essere un paese accogliente, accompagnare lo sviluppo di attività suscettibili di produrre reddito e lavoro, partecipare la popolazione del bilancio comunale, produrre idee e progetti per l’area vasta e i fondi europei, rimettere in moto una ipotesi associativa con i comuni vicini. Allo stesso tempo, occorre ricercare, promuovere , in  modo instancabile, energie nuove per attendere all’opera di ricostruzione del nostro paese. Rinnovamento della classe dirigente locale deve essere l’impegno primario. Aver lasciato ai  “soliti noti” il monopolio dell’attività amministrativa ci ha portato fin qui. Uscirne significa proporsi di superare, disintegrare gli steccati che da decenni hanno delimitato i possibili papabili agli scanni comunali.

In questa opera di rinnovamento non bisogna muoversi con l’accetta: la competenza, la disponibilità, la generosità, il senso etico di servizio, la capacità di mediazione, la conoscenza di San Potito e dei sampotitesi debbono costituire il metro per selezionare fra quanti hanno già avuto esperienze amministrative e quanti invece desiderano farle. Senza preclusioni, senza veti, verificando andando e facendo se esistono concordanze di intenti sulle cose da fare e come farle. E’ necessario, perciò, che alla disponibilità all’allargamento dei tradizionali fronti corrisponda anche un comune sentire sulle grandi questioni del vivere insieme, per cui facendo tesoro degli errori del più recente passato non si miri a costruire coalizioni indistinte, tenute assieme più dal pallottoliere elettorale che da reali convergenze di vedute.

La democrazia vive se convivono punti di vista differenti e questi sanno confrontarsi in una nobile gara di fronte all’opinione pubblica. Il rispetto è fondamentale e anche per questo il rinnovamento dovrebbe essere un discrimine nei confronti di quanti, da ogni parte, hanno invece mostrato nel tempo scarsa propensione ad utilizzare le armi del confronto, sconfinando nello scontro personale. Abbiamo davanti un anno di duro lavoro, in cui debbono cambiare anche le modalità di comunicazione: meno facebook e più relazioni personali; meno invettive anonime e più disponibilità al dialogo pubblico, nei luoghi pubblici del confronto e non davanti ad un desktop. Adesso davvero non ci sono più scusanti per nessuno: l’accidente Iandoli può essere derubricato ad una maledetta parentesi della storia di questo paese. Ma, mai come ora, il destino di San Potito passa dalla mente e dal cuore di ogni cittadino.

 La Redazione