San Potito Ultra 09 settembre 2013 ore 21:30.

Nomadi in concerto.

Fin dal primo assolo del brano “Ma che film la vita”, sembra che il film di Carletti e soci sia ormai giunto al capolinea. Appare subito chiaro, che dei vecchi Nomadi, e del loro spirito, non esista altro che il nome da rivendere come un marchio di garanzia. La serata si spegne in un lento susseguirsi di pezzi vecchi e nuovi, suonati alla rinfusa, tra l’ormai collaudata consuetudine di leggere lettere inviate dal pubblico, quasi ad imitare, in maniera meccanica e afflitta, le gesta di daoliana memoria.

Oramai non resta nulla di quella carica ribelle che ha caratterizzato un gruppo “impegnato” da sempre a sostenere i diritti dei popoli più deboli. Poche le bandiere fatte sventolare in piazza, ed ancor meno la presenza degli storici fans della band accorsi all’evento. Insomma, niente è sopravvissuto di quello spirito vagabondo al quale ci aveva abituato la band di Novellara.

Oggi, il tutto sembra trasformato in un patetico teatrino di burattinai e di burattini, e dietro le quinte, a muovere i fili, c’è un imprenditore della musica che ha poco da spartire con il musicista che rimaneggiava e riarrangiava i brani, del più noto Francesco Guccini. A sorprendermi, in modo particolare, un giovane cantante dall’indubbia stoffa musicale, che si è esibito senza nessuna carica da frontman … un annoiato Falzone che vagamente ha dato qualche accenno d’assolo dalla sua chitarra elettrica, e il solito Massimo Vecchi sempre preso ad essere il protagonista, con giri di basso dal vago sapore rock, e molto spesso fuori luogo. A sovrastare il tutto, l’immensa figura del padre padrone Beppe Carletti dietro le sue tastiere, con la faccia sorniona di chi è fiero di aver rivenduto ancora una volta il suo brand, come fosse un paio di scarpe adidas.

Forse dopo cinquanta anni sarebbe meglio andare in pensione, soprattutto quando non ci sono più idee da veicolare. Credo, che questa nuova formula Nomadi sia un buon specchietto per le allodole, ed ha funzionato bene anche a San Potito, facendo breccia e attirando una buona fetta di pubblico del tipo nazionalpopolare, che molto probabilmente, poco conosce la storia di questa band, nata soprattutto dalle idee trasformate poi in musica. Molti potranno smontare queste mie considerazioni valutando solo quantitativamente la risposta della piazza, altri ancora lo faranno dicendomi che i tempi sono cambiati.

Forse avranno anche ragione loro, ma per chi come me ha seguito, anche nel passato, questa realtà musicale, la trova realmente snaturata dal suo spirito iniziale, e da libero cittadino ed appassionato di musica mi chiedo se sia giusto investire più di ventimila euro solo per un nome.

Il nome, il Marchio è sempre sinonimo di garanzia?

Concludo a questo punto dicendo che, forse, la buona riuscita delle iniziative è frutto di lungimiranza e di intelligenza organizzativa, nonché, di una collaborazione più aperta che dovrebbe nascere da un confronto con le anime più variegate, presenti , nonostante tutto, anche in una piccola comunità come la nostra.

Luca Moschella