Dopo Totonno, Tonino, Franco, anche Lucio se ne è andato.

Una  sequenza  ravvicinata, inesorabile, di perdite che fiaccano la resistenza al senso della vita di quanti hanno avuto la fortuna di incrociare la propria esistenza con la loro.  Come una macabra regia, uno dopo l’altro, staccano la spina per sempre quanti hanno fatto bella e grande la calda, emozionante, palpitante esperienza della “Bilancia”.

Se è naturale che ogni esperienza abbia una fine, è però maledettamente offensivo che la fine di un ciclo debba coincidere con la prematura scomparsa di tanti suoi protagonisti , con una impressionante cadenza che quasi  induce a interrogarsi  su chi sarà il prossimo a cui spetterà la stessa sorte.  Ecco perché scrivere di Lucio, dopo averlo fatto per  Totonno, Tonino, Franco è come sottoporsi ad una dolorosa scarnificazione di quanto, ed è tanto, del proprio vissuto appartiene anche a loro.

Meno di un mese fa ero stato per l’ultima volta a trovare Lucio, già assai sofferente, a casa sua. Chiacchere di circostanza e ogni tanto uno sguardo nel suo, per trattenere contro ogni ragione  la visione del Lucio di sempre. Al momento di andarmene, soltanto un saluto con la mano, una mano già pallidamente solcata dai segni inesorabili della sua malattia. Forse allora ho detto, ho voluto dire,  addio a Lucio. Dell’amico ritrovato dopo qualche incomprensione, del compagno così diverso da me eppure così empaticamente simile per aspirazioni e valori, dell’uomo che nella sua vita aveva dovuto misurarsi con prove difficili e con giudizi, e prima ancora pregiudizi, ingenerosi e ingiusti, dovevo, volevo conservare una immagine neanche minimamente scalfita, abbrutita  dalla sua aggressiva, galoppante, sconvolgente malattia.  Perché Lucio era davvero una bella persona, di quelle persone che sanno dosare sapientemente pensieri, parole e silenzi ; che non faceva  ricorso alla ostentazione, ma all’arte complicate e difficile della comprensione delle cose e delle persone, per  farsi apprezzare per la sua autorevolezza.

Un socialista ma prima ancora un laico nel senso più pieno della parola, con un atteggiamento verso la vita curioso, ma anche disincantato, per la quale l’attaccamento si dimostra attraverso  la coerenza a pochi ma essenziali valori. Un taciturno che poco parlava , molto teneva dentro, ma con la sua essenzialità  aiutava ad interrogarsi sempre. Come con la parola, era impareggiabile e allo stesso modo,  stringato con la penna. Lucio l’italiano lo sapeva davvero, fino ad un controllo quasi maniacale della forma, tipico di chi è alla continua ricerca di una perfetta corrispondenza  tra il pensiero e la sua esternazione.

Italo Calvino l’avrebbe iscritto d’ufficio tra gli antitaliani, perché tanto diverso, riservato, sobrio era il suo modo d’essere, quanto ossessionato dalla pappagallesca omologazione, dalla sguaiata e sboccata eccessività era ed è  il prototipo dell’italiano medio. Antitaliano e ancor di più antisampotitese, per il suo garbato sottrarsi alla vuota ritualità con cui molti pensano di marcare l’appartenenza ad una comunità. Ma in questo caso non c’era distacco o disamore: chi rispetta davvero il posto in cui vive e le persone che ci vivono piuttosto che ricercare la facile accettabilità sa sfidare anche l’impopolarità per aiutarlo ad essere migliore, ad instillargli l’orgoglio di saper essere protagonisti del suo cambiamento.

Per questo Lucio ha sfidato tutti a ragionare sulle idee per San Potito, trovando spesso solo interlocutori disattenti e superficiali. La misura in tutte le cose: ecco il suo prevalente imperativo, tanto più dopo che la vita, per qualche svista di troppo,  l’aveva costretto a fare i conti con se stesso. Ma l’uomo si fa apprezzare di più quando sa far tesoro dei suoi sbagli  e sa risalire la china con dignità e umiltà. Lucio aveva saputo fare anche questo,  riprendendosi la sua personale rivincita su quanti, amici e nemici, avevano saputo solo dargli addosso.

Essersi sottratti a quel coro, aver voluto capire prima che condannare,  ha rinsaldato la nostra  amicizia e accresciuto il reciproco rispetto, aiutando entrambi a comprendere le ragioni dell’altro, anche quando queste in alcuni momenti  divergevano.  Lucio era davvero una personalità complessa, un caleidoscopio dove di volta in volta, a chi sapeva vederlo, offriva sfaccettature anche inedite.

La battuta dissacrante ma mai volgare e sopra i toni; il dissimulato fastidio per l’incoerenza; il pudore filiale nello scrivere della mamma; la volontà, questa volta non richiesta o sollecitata, a ricordare il suo primo sindaco della Bilancia; la determinazione a far vivere l’esperienza degli Amici del Museo. Ma soprattutto l’orgoglio del padre per gli ambiziosi traguardi professionali della figlia e, allo stesso modo, per una implacabile legge del contrappasso, il rammarico di non poterla accompagnare ancora un po’, perché la malattia già chiedeva il suo esoso pedaggio.

E tanto altro potrei pescare nel frullatore della memoria, scoprendoci tutti più giovani a fare manifesti a mano;  ciclostili di “Partecipazione”, cene e risate nella sua casa a Via Casale, quando tornava da Napoli e dopo i suoi impegni  amorosi con Tina, affondare in nuvole di fumo a parlare di noi, del paese che volevamo, delle cose che da amministratori, prima lui e poi io avremmo fatto.

Avevamo bisogno ancora di tempo per ricordare quel tempo e tornare ad immaginare e costruire il nuovo. Ma non ci è stato concesso,  con ostile determinazione ci è stato sottratto, togliendoci Lucio. Il dolore è troppo, mentre per l’ultima volta gli dico: Ciao Lucio!

Giuseppe Moricola